Gli Ex Alunni raccontano…

Grazie per aver partecipato!

Ecco alcune foto dell’evento

Contributi inediti… solo per voi!

Correvano gli anni in cui il walkman si ascoltava con degli auricolari che parevano dei passamontagna. E per sentire una canzone più volte dovevi riavvolgere il nastro con la matita perché il tasto per tornare indietro era un lusso solo per pochi. Ebbene, mentre andavamo in gita a Cavallino, io e i miei compagnucci stavamo ascoltando uno dei grandi successi del momento, ovvero Carrie degli Europe.

Di soppiatto ci si avvicina don Luciano che chiede lumi sulla “roba che mettevamo nelle orecchie”. Comunque, incuriosito dal nostro interesse, chiese che gli passassimo le cuffie. Indossatele per qualche istante, le tolse con sdegno e così ci disse: «Accompagnamento banale… e poi questo Tempesta ha i capelli troppo lunghi per i miei gusti».

Morale: come far crollare un mito dell’adolescenza in pochi secondi!

Per quelli diversamente anziani, “il Tempesta” era chiaramente Joey Tempest, ovvero il cantante degli Europe.

Alberto Cirella

Ricordo sempre con affetto don Luciano Migliavacca. Aveva un rapporto del tutto speciale con mio padre Ettore che realizzò per la cappella diverse opere a smalto e artistiche (vetrate, ambone, via Crucis, san Giuseppe, acquasantiere). Don Luciano gli regalò una volta una sua composizione autografa poetica e musicale, che mia mamma tiene incorniciata in casa sua. Si stimavano ed erano sulla stessa lunghezza d’onda.

Iniziò a frequentare la Cappella musicale mio fratello Marco e io seguii a ruota due anni dopo. Con noi alunni don Luciano è stato sempre assolutamente una autorità, la sua figura ascetica, alta e magrissima incuteva rispetto. Ma sapeva essere molto affettuoso: mi ricordo che a volte, soprattutto durante le vacanze, capitava che ci prendeva per mano e ce le stritolava: un suo modo di esprimere vicinanza ed empatia.

 Le prove di canto erano sempre molto esigenti e finché il risultato non era ottimale si andava avanti ad libitum. A volte si finiva stremati e qualcuno conserva ancora la cicatrice di un diapason lanciato ad altezza uomo o di una cartelletta che imitava il volo dello Sputnik.

Non sono stati anni facili e semplici, soprattutto gli ultimi due. Impegni continui, durante i giorni festivi e non, mettevano a dura prova la nostra sopportazione. L’insofferenza tipica dell’adolescenza a qualsivoglia autorità o costrizione iniziavano a generare in me una certa ribellione. Di cui divenne oggetto perlopiù il direttore scolastico da lui scelto come aiuto, don Natale Ghiglione, fatto oggetto di lazzi e mormorazioni indegne. Chiedo scusa. Don Luciano da noi veniva invece messo quasi in sua contrapposizione. Quasi a preservarne l’immagine di educatore “buono” contrapposto al duce cattivo.

Robe da ragazzi, poi con la maturità si cambiano tanti giudizi. Quello su don Natale compreso. Don Luciano comunque è stato un vero educatore, cioè ha saputo darci tanto in termini di cultura (memorabili anche le sue letture dei classici della letteratura per ragazzi in refettorio durante moltissimi pranzi vissuti in silenzio e ascolto attentissimo da tutti. Un appuntamento attesissimo perché ai ragazzi piace che qualcuno racconti loro le storie più belle con passione per la nostra crescita), passione per il bello e l’arte, gusto musicale raffinatissimo, senso del lavoro rigoroso, attenzione ai particolari e vera religiosità, totalizzante e concreta.

E altrettanto ha saputo cavare esigentemente da noi, la cosa più impegnativa in tutti i sensi per un educatore. È difficile dar conto di quegli anni impegnativi, vissuti in gruppo. Una educazione anche al senso della comunità. Alcuni ricordi di marachelle o bestialità fatte durante le vacanze col coro a Nervi, Monterosso, ai piani di Resinelli o alla Maddalena ai piedi del Monviso restano memorabili.

Una su tutte quella che ho combinato durante una gita sul Monviso ai primi giorni di vacanza a Pontechianale. Al rifugio, un po’ più a valle dell’edificio, io e i miei amici Pellegatta e Zanzottera stavamo giocando a modo nostro. Vedo spuntare dal terreno una specie di bindella metallica arrotolata a mo’ di tubo. E cosa faccio allora? Inizio a tirare, ovviamente e srotolo il tubo per alcuni metri. All’improvviso un urlo e un ceffone pongono termine al divertimento: vengo brancato da mani robuste e portato davanti a don Luciano. Il tubo manomesso era lo scappamento silenziato del generatore del riscaldamento del rifugio, ma io cosa ne potevo sapere se qualcuno l’aveva sotterrato e fatto uscire così lontano? Chi poteva immaginare il danno?

Ebbene, don Luciano me l’ha messa giù durissima ovviamente e mi ha detto che avrei dovuto risarcire il danno personalmente. Vacanza totalmente rovinata dal cruccio del pensiero dei miei genitori e dei soldoni che avrebbero dovuto rifondere. A fine vacanza, sul pulmann del ritorno la notizia che al danno aveva già pensato l’assicurazione. Cosa avevo pensato?… una vacanza devastata da pensieri cupi. Notizia detta con nonchalance poi… Ma và a…! Un modo di don Luciano di educarmi a pensare per bene alle conseguenze delle mie azioni. Roba che rimane ben impressa ancora oggi.

Una caro saluto a tutti.

Ciao!

Giancarlo Paganini